Racconti

La notte di Bastet – Racconto breve

Il sole dei primi di marzo non ti cuoce né abbronza, ma il contrasto fra il suo tepore e l’aria fredda invernale è piacevole nelle ore centrali della giornata.
Al piano di sopra la vicina di casa spegne la tv mentre andava in onda uno speciale sulla pericolosa banda di vigilante armati e adesso c’è un pacifico silenzio. È domenica, sto in giardino, e non mi va di far nulla a parte poltrire al sole.
Le fusa di Charles si fanno sempre più intense mentre sta sulla mia pancia e impasta addosso con le zampine senza tirar fuori troppo le unghie. I gommini si aprono e chiudono sulla felpa allo stesso ritmo del respiro mentre le zampe premono in avanti e si ritirano.
Poi tutto rallenta ancora, gli occhi si fanno pesanti, il suono delle fusa decresce e Charles smette di impastare, si acciambella leggermente con una zampa sotto la testa e le fusa adesso sono giusto un flebile ronzio.
Inizio a distinguerle a fatica perché anch’io nel frattempo prendo sonno. Occhi pesanti dietro gli occhiali da sole, e una settimana di lavoro da smaltire nei soliti due giorni di weekend fra mestieri di casa e preparazioni per la prossima in arrivo.
Però al sole si sta bene e al richiamo della pennichella pomeridiana non riesco a resistere.

Luce, calore, l’odore del fuoco.
Mi strofino gli occhi. Non so bene dove sono perché questa che sembra una caverna, è illuminata da fiaccole. Cammino e no, quello che percorro non è una caverna, ma un corridoio di grossi blocchi di pietra. Inframmezzato da una fiaccola ogni, boh, 10 metri.
Cammino e sbuco all’aperto.
Il cielo, le stelle, il buio delle notte e sul terreno sembra, sabbia.

In cielo si vede nitida l’intera Via Lattea, che nella notte senza luci artificiali si mostra nella sua immensità. Eppure non li ricordavo così vicini tutti questi ammassi stellari.
Vicini e colorati.
Una figura enorme si avvicina, nera come la notte, per la mole ogni suo passo dovrebbe fare un tonfo clamoroso eppure non emette quasi alcun suono. Leggera.
Leggiadra.
Un gigantesco gatto nero. I gatti casalinghi a cui siamo abituati qui sono belli grassocci, con la panzetta morbida come un peluche. Questo sotto il pelo nero setoso sembra possedere un fisico slanciato.
Oppure no, è solo tremendamente grasso e mi sto facendo delle illusioni.
Del resto quando vedi un gatto altro 3 piani non è facile capire se sia magro o grasso.
Pensi più che altro a quanto sia GROSSO.
Un fruscio dietro di me, mi giro per capire cosa sia, ma non c’è nulla.

-“Benvenuto Sergio”

Una voce di donna mi chiama alle spalle, distinguo la voce provenire da dietro il mio orecchio destro.
Il gatto titanico nel frattempo è scomparso.

-“Sono qui, vieni”

-“Eri tu quindi che parlavi, non il gatto gigante” dico.
In effetti mi sembrava strano che un gatto gigante parli. Resta il fatto che fosse gigante, ma forse era solo l’ombra di un gatto proiettata dalle torce alle mie spalle.
Non faceva rumore e potrebbe spiegare perché è sparito.
Ma non spiega perché io mi trovi qui. È tutto contemporaneamente irreale e plausibile.

-“Dove siamo?” le chiedo mentre ci incamminiamo in un largo sentiero fra gli alberi.
-“Come sta Charles dopo l’intervento?”
Ignora la mia domanda, e mi conosce.
Il tono è gentile ma perentorio, la dizione non presenta accenti dialettali, la voce è leggermente gutturale.
Non posso far altro che assecondarla.
-“Ma si abbastanza bene. Ha fatto una settimana con pappe morbide dopo aver tolto i dentini “marci”, e visto che i valori dei reni non sono perfetti gli diamo cibo renal, ma i suoi 12 anni se li porta bene. Scusa ma tu come…”
-“Vi conosco tutti” dice, “te l’ho chiesto solo per rompere il ghiaccio” e mi sprona con la mano di continuare a seguirla.

Mentre passeggiamo i raggi di luna filtrano attraverso gli alberi e mi accorgo che ci segue una banda di gatti di ogni colore, dai piccoli tigratini europei a dei maestosi gattoni bianchi a pelo lungo molto simili a Maine Coon. È una banda più o meno ordinata, alcuni con code a punto interrogativo, altri con le code dritte. Un rosso mi si avvicina, si struscia sulle gambe dei pantaloni e procede in avanti.

“Sei Bastet?”
“Ce ne hai messo di tempo per riconoscermi, per essere un mio fedele. Mi aspettavo di meglio, ma va bene così.”
“Eh ma io credo in te un po’ come la gente crede in Visnu o in Gesù. Ci credi ma non pensi di poterteli trovare davanti un giorno.
Sono morto? Mi seccherebbe un po’ essere già morto, ho ancora delle cose da fare…”
“No.”
Mi lancia nel frattempo un’occhiataccia selvatica e un soffio sibila dalle morbide labbra semichiuse, mentre vado nominando le altre divinità.
Un conto è pensare che esistono, un conto è trovartene uno davanti, e sono ancora abbastanza incredulo.
Anche perché sinceramente qui niente è come il mondo reale, eppure sembra tutto vero.

E lei è visibilmente permalosa. Ma a una Dea gatta non mi aspetto nulla di meno.

Adesso che la osservo con attenzione, e che probabilmente non si cela più dietro l’illusione, indossa magnifici gioielli su tutto il corpo ed è come se il cosmo e le stelle si muovano ad ogni suo passo felpato in una sorta di sovrapposizione fra mondi come solo nei sogni può avvenire.
Il girocollo in oro porta incastonate Pietre della Luna che sembrano bioluminescenti, e pulsano impercettibilmente al procedere nei passi.
Durante la breve conversazione cambiano tonalità di colore, dall’arancio al verde al rosso. Adesso si sono stabilizzate su un ceruleo lucentissimo.
Il diadema in oro giallo e zaffiri ocra adorna il capo seguendo le linee delle orecchie da gatta.
Il motivo inciso sulla collana è lo stesso inciso sui collarini di ognuno dei gatti che ci segue.
Tanti collarini in oro e pietre lunari bianche opaline bioluminescenti di un’aura bianco panna.

-“Domanda.
Non abbiamo molto tempo, e so che hai una domanda da farmi. Rah sta arrivando e presto dovremo salutarci.”

“Ho un milione di domande, chi non le avrebbe a questo punto. Ho davanti la Dea dei Gatti, l’Occhio di Ra, sorella di Sekhmet. Forse è un sogno, non sono morto, ma non sono neanche in giardino.
Chiunque non abbia mille domande a questo punto sarebbe uno scemo.
Ma in realtà ne ho una, da tempo, da prima di qui.”

Mentre parlo finisce la radura e siamo sotto la Luna. Lei è trasfigurata ancora, e adesso è più simile alla Bastet delle rappresentazioni sacre dell’Eliopoli.
È un felino antropomorfo fiero che attende paziente le mie parole.

“Come stanno Mimì, Noel, Allegra? Sono con te? E tutti gli altri? Da quando sono morti non siamo certo rimasti soli, ma loro mi mancano tremendamente.
Ci circondiamo di queste presenze feline morbide e affettuose, li rimproveriamo quando rompono qualcosa, marcano in un angolo o fanno un danno, li abbracciamo quando siamo tristi e loro rispondono con la magia delle fusa.
Come me, tutti gli amici gattari hanno subìto una o più perdite, perché la nostra vita è incommensurabilmente più lunga di quella dei nostri compagni domestici.
E quando vanno via, speriamo che ci sia qualcosa anche per loro.

 

-“Loro, e voi che credete in me, siete tutti miei figli.
Nessuno si perde per sempre, e prima o poi torniamo tutti insieme. Tornate da me a riabbracciarvi.
Alcuni di voi lo chiamano Ponte, altri Paradiso, ma non è il nome a rendere profumata la rosa, diceva quel vostro scrittore.
Mimì continua a voler fare il boss del quartiere, Noel dorme beata sui cuscini, Giadina da’ la caccia a qualunque cosa si muova e Allegra ruba il cibo dalle tavole.

-“Etciù. Cosa è questo fastidioso prurito al naso? Non pensavo che nei sogni ci fosse l’allergia”

-“Te l’ho detto che presto sarebbe arrivato Rah. È venuto a prenderti.”

-“Ra in persona? Il Dio del Sole?”

-“No, non ho detto Ra, ma Rah. Colui che hai ribattezzato Il Peggiore. Il tuo gatto biancorosso.
I gatti sanno gli umani che nei sogni viaggiano nel piano immateriale, e vegliano sulla loro sicurezza.
Il regno dei sogni unisce universi alternativi; passato e futuro; vita e morte.
Passi del tempo con persone che non ricordi di conoscere ma che magari appartengono a un diverso te.
O a un’altra tua vita, o alla tua stessa vita ma in un altro tempo. Sogni dei fatti che poi accadranno.
Per te è un sogno, ma c’è un altro te che sta vivendo quei momenti e tu sei connesso a lui, tanto quanto lui nei suoi sogni sarà connesso a te.

Rivedi una nonna o un genitore morto da anni, e che riserva per te una dolce parola. Ti è capitato e al risveglio hai avuto la sensazione di calore come se fossi stato davvero con lei.
Hai memoria di luoghi in cui non sei mai stato o apprendi in anticipo cosa sta per succedere nei prossimi giorni.
Quante volte ti capita che accade qualcosa e dici “Caspita ora che ci penso questo l’ho sognato! So già cosa sta per succedere”.

ETCIÙ

-“…e non c’è più tempo. I gatti quando resti troppo nel regno immateriale hanno paura di perderti. Vegliano sul tuo viaggio perché i felini sono gli unici esseri terrestri a poter accedere a piacimento al mondo immateriale. Temono che resti bloccato lì dentro, e allora ti svegliano. Quando alle 6 del mattino ti chiamano nel bel mezzo di un sogno e non capisci cosa vogliono perché hanno tutto, non è perché vogliono mangiare o bere.
Adesso Rah ti sta chiamando con la zampa pelosa sotto al naso. A pres”

“Uhmpf Rah smettila che caz. Sei veramente Il Peggiore: hai mandato via Charles, mi svegli, fai prrr prrr e te ne vai. Non si può fare un pisolino in pace neanche la Domenica”.

Che sogno stranissimo.
Mi stiracchio.
Sento freschino, meglio tornarmene dentro.

Un gatto nero osserva dall’altro lato della strada, fuori dalle reti del giardino.
Si lecca la zampa destra, e se la struscia sull’orecchio per pulirsi. Sbadiglia.
Ha un collarino dorato con pietre opaline.
Gira l’angolo e se ne va.

Sergio Pinto

"Sii il cambiamento che vuoi vedere". Questo blog nasce dal desiderio che internet sia un posto migliore, in cui le idee possano vivere in spazi più ampi dei box di un post social.

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